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Rawls e la pubblicità

Nel precedente post, ho criticato la spiegazione e la difesa del vincolo di pubblicità in Rawls da parte di A. Williams. Ora invece provo a spiegare per quali ragioni, secondo me, la pubblicità è rilevante.

Lo scopo della teoria dei giochi è quello di scoprire le conseguenze delle linee di condotta razionali (ad esempio scoprire se danno luogo a equilibrii). Perché la conoscenza comune viene assunta come vincolo? Non ne ho idea. Forse, tiro a indovinare, perché la teoria vuole essere rilevante nella pratica, e si suppone che nella gran parte dei contesti strategici interessanti la conoscenza comune sia data (almeno approssimativamente).

Nel caso della giustizia le cose non stanno allo stesso modo. Infatti Rawls è esplicito nell’ammettere che la pubblicità non è sempre una condizione in cui le istituzioni reali si trovano. Egli scrive
“senza dubbio questa condizione non è sempre soddisfatta dalle istituzioni effettive, ma è un’assunzione ragionevolmente semplificatrice.”
Egli scrive anche “assumerò in seguito che i principi vengano scelti a condizione che si sappia che essi devono essere pubblici. Questa è una condizione naturale per una teoria contrattualista.”
Più avanti quando Rawls parla della pubblicità come vincolo per i principi, egli riconosce che si tratti di una aspirazione kantiana. I riferimento a Kant di Rawls sono “Perpetual Peace, appendix II” e “The Metaphysics of Morals, pt. 1, §43.
Il motivo per cui la mutua conoscenza è importante per Rawls non è facile da comprendere.
Rawls scrive
“la funzione della condizione di pubblicità è quella di costringere le parti a valutare le condizioni della giustizia come pubblicamente riconosciute, in quanto costituzioni morali pienamente efficaci nella vita sociale. La condizione di pubblicità è chiaramente implicita nella dottrina kantiana dell’imperativo categorico, in quanto ci impone di agire in accordo con i principi che, in quanto esseri razionali, vorremmo far valere come legge in un regno dei fini. Egli considerava questo regno come una specie di comunità etica, che abbia tali principi morali come statuto pubblico”

Rawls vuole escludere che possano essere scelti principi morali che possono essere realizzati solo quando il loro contenuto è tenuto nascosto ai più. In pratica vuole rifiutare l’idea di morale esoterica con cui flirta Sigdwick in relazione al principio di utilità (Sidgwick afferma che l’utilitarismo giustifica la possibilità di una morale esoterica,  e che questa sia “paradossale”). In una morale esoterica il contenuto della vera morale deve essere conosciuto solo da un manipolo di filosofi. Essi non cercano di diffondere la vera morale tra i comuni mortali, ma al contrario difendono in pubblico una morale diversa da quella vera seguendo la quale è più probabile che i comuni mortali realizzeranno i fini di quest’ultima.

Ma per quali ragioni? Per quello che Rawls ha detto fino a qui, abbiamo poco più che un richiamo all’autorità di Kant.

Si potrebbe pensare che Rawls imponga il vincolo di pubblicità allo scopo di garantire una maggiore stabilità.

Apparentemente, questa tesi sembra contraddire il ruolo della pubblicità come vincolo. Concepire la pubblicità come vincolo significa porsi la seguente domanda: un principio può produrre una società stabile, qualora sia pubblico? Se il criterio ultimo fosse la stabilità e la pubblicità fosse solo strumentale, la domanda da porsi sarebbe la seguente: un principio può produrre una società stabile, ed è necessario che, a tal fine, esso sia pubblico?

Più avanti Rawls sembra spiegare meglio quello che ha in mente.
Egli scrive che “il concetto di contratto possiede un ruolo definito: esso suggerisce le condizioni di pubblicità e pone limiti a ciò che può essere oggetto di un accordo”. E aggiunge
1. “le parti sono capaci di giustizia nel senso che possono essere rassicurate dal fatto che ciò che hanno intrapreso non è vano”
= la visibilità della realizzazione della giustizia aiuta la motivazione morale e quindi la stabilità
2. “la questione dell’onere dell’impegno diventa particolarmente pressante […] Quando accettiamo un accordo […] dobbiamo essere in grado di rispettarlo anche di fronte alle più gravi difficoltà. In caso contrario, non avremmo agito in buona fede. Le parti devono perciò valutare con attenzione se saranno in grado di mantenere fede ai propri impegni in ogni circostanza.”

Qui secondo me il punto di Rawls è il seguente. Supponiamo per assurdo che le parti scelgano di realizzare nella società un’idea di giustizia che può essere realizzata soltanto come morale esoterica, ossia il contenuto della morale ufficiale nasconde il vero scopo per cui tale morale è stata adottata. Un bel giorno, un membro della setta dei custodi della vera morale impazzisce e spiffera a tutti il vero scopo della morale ufficiale. Una volta venuti a conoscenza di tale contenuto (ad esempio, la massimizzazione dell’utilità nell’universo) i cittadini smettono di obbedire alla morale ufficiale. La morale ufficiale entra in crisi e in un baleno ci si ritrova alla guerra di tutti contro tutti. In tale condizione gli esseri umani sono poco motivate a comportarsi secondo i dettami della morale (segue da 1).
Quando Rawls afferma “le parti devono perciò valutare con attenzione se saranno in grado di mantenere fede ai propri impegni in ogni circostanza”, forse ha in mente una possibilità di questo tipo.
Quindi il motivo per cui Rawls adotta il vincolo di pubblicità avrebbe a che fare, in fin dei conti, con una premessa morale del tipo “i patti vanno rispettati”, e, strumentalmente, con la stabilità. Riassumendo:
1) la concezione della giustizia di TJ è alla base contrattualista: i principi di giustizia esprimono il contenuto di un patto
2) i patti vanno rispettati (premessa morale)
3) prima di fare un patto, è morale assicurarsi di essere capaci di rispettarlo sempre e comunque (da 2)
4) vedere altri che si comportano giustamente aumenta la motivazione ad agire giustamente (premessa indipendente, psicologia morale empirica)
5) è più probabile che un codice morale venga rispettato quando lo si considera giusto e ben fondato, e quando tutti intorno a sé sembrano fare uno sforzo per rispettarlo (da 4)
6)la stabilità delle istituzioni progettate sulla base di un principio non pubblico non è basata sul riconoscimento di una concezione della giustizia da tutti condivisa, ma su qualche artificio sociale basato su una morale segreta

7) è difficile mantenere i segreti (premessa empirica sulla natura umana)
8 ) la stabilità delle istituzioni progettate sulla base di un principio di giustizia non-pubblico è fondata su presupposti incerti (da 7)
9)  progettare le istituzioni sulla base di un principio di giustizia non-pubblico equivale a stringere un patto senza la sicurezza di poterlo mantenere (da 8 )
10) è immorale progettare le istituzioni sulla base di un principio di giustizia non-pubblico (da 3 e 9 )

Quindi, riassumendo, la pubblicità dei principi di giustizia ha valore in quanto a parità di altri fattori da luogo a istituzioni più stabili, e istituzioni stabili hanno valore, in un’ottica contrattualistica, in quanto forniscono migliori garanzie che l’accordo sociale verrà rispettato.

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Williams su Rawls e il “sistema pubblico di Regole”

In Una Teoria della Giustizia, Rawls fa riferimento a tale questione quando spiega l’idea che la struttura di base sia l’oggetto [subject] dei principi primi di giustizia. Rawls scrive che la struttura di base della società è un “sistema pubblico di regole”, nel quale, “chi fa parte di un’istituzione sa ciò che tali regole richiedono a lui e agli altri. Egli sa anche che gli altri sanno  ciò e che essi sanno che lui sa, e via dicendo” (Rawls TJ 2nd ed it. 71; Rawls 2nd ed eng 48). Rawls è consapevole che non è ragionevole pretendere che tale condizione sia sempre soddisfattta dalle istituzioni sociali ma allo stesso tempo ritiene che nello scegliere principi di giustizia occorre assumere che tale condizione sia soddisfatta.

Nonostante quello che afferma Williams (Williams 1998, 233), il punto della questione nel passaggio citato è che se una concezione della giustizia non può funzionare nel caso ideale in cui vi è conoscenza comune del loro contenuto e del fatto che siano seguite, essa non deve essere considerata una concezione valida, non che le regole devono essere tali che sia possibile che vi sia conoscenza comune di esse. A questo punto può risultare difficile spiegare il collegamento tra tali considerazioni e la tesi secondo cui l’oggetto della giustizia sia la struttura di base. Per spiegare tale collegamento, bisogna fare appello a una interpretazione più articolata del ruolo del passaggio in questione. Una possibilità è la seguente:

1. Le regole non sono regole giuste, se non hanno conseguenze accettabili quando vi è conoscenza comune delll’obbedienza (o mancata obbedienza) ad esse (vincolo di pubblicità)

2. Nello scegliere principi di giustizia, dobbiamo supporre che l’obbedienza alle regole sia di conoscenza comune (da 1)

3. Nello scegliere principi di giustizia, dobbiamo immaginare che esse si applichino a un contesto nel quale la conoscenza comune dell’obbedienza alle regole è possibile (da 2)

4. Nello scegliere principi di giustizia, dobbiamo immaginarli applicati a un modello tale per cui sia possibile fare predizioni ragionevolmente condivisibili sulle conseguenze della conoscenza comune dell’obbedienza generale a tali principi (da 1 e 3)

La conclusione raggiunta da tale argomento è assai più debole di quella di Williams. Williams sostiene che per Rawls i princii devono essere tali che sia possibile avere conoscenza comune della obbedienza ad essi. Invece l’argomento Rawlsiano implica solo che, nel valutare i principi, essi vengano immaginati applicati a un contesto tale per cui sia possibile predire (con un grado ragionevole di probabilità, necessario ai fini di un accordo)  le conseguenze della conoscenza comune della obbedienza ad esse. Questo contesto è la struttura di base della società, la quale include soltanto fatti per le quali non è difficile immaginare che essi siano oggetto di conoscenza comune.

Da Cohen a Berlusconi, passando per Rawls e il calcio

Uno dei meriti delle critiche mosse da G.A. Cohen alla teoria di Rawls è sicuramente il fatto di avere provocato, per reazione, una rinascita dell’interesse da parte della “scuola Rawlsiana” nei confronti della cosidetta “pubblicità” della giustizia  (si veda ad esempio A. Williams Incenvites, Inequality, and Publicity, di cui trovate una copia “piratata” nel box sul lato destro).

L’aspetto della pubblicità a cui mi riferisco riguarda, potremmo dire, la visibilità della giustizia, non la sua giustificazione. La questione della visibilità della giustizia ha a che vedere con il fatto che l’oggetto della giustizia sia un sistema pubblico di regole. Le regole devono essere tali che non sia troppo difficile per le parti interessate trovarsi d’accordosul fatto che le regole siano state o meno rispettate. E’ una pretesa intuitiva se si concepisce la società politica come  il frutto di attività basate su regole condivise.  In qualsiasi gioco o altra attività basata su regole, è’ evidente che sia auspicabile che tale pretesa sia soddisfatta. I giochi non riescono bene se le regole sono tali che l’esecuzione del gioco risulta compromessa dal dubbio che le regole siano generalmente rispettate, in quanto ciascun giocatore non è in grado di stabilire se altri le rispettino.

Mentre scrivevo questo paragrafo del libro a cui sto lavorando, mi veniva in mente la terribile analogia tra il modo in cui il gioco della giustizia e il gioco del calcio vengono vissuti in Italia, o, per dirlo altrimenti, all’analogia tra il processo di Biscardi e il dibattito pubblico sui processi che riguardano il nostro premier. In entrambi i casi in questione si tratta di un gioco che non funziona, perché per le parti interessate sembra così difficile mettersi d’accordo sul fatto che le regole siano state o meno rispettate.

Viene da pensare che il fallimento della pubblicità in questi casi non abbia a che fare più di tanto con la natura delle regole (dopotutto il calcio viene giocato con le stesse regole più o meno in tutto il mondo) ma con un fattore caratterizzante di tipo antropologico-culturale. Solo che a pensarla così si finisce per diventare razzisti verso il proprio paese, cioè verso sé stessi…

Per una conclusione più filosofica… viene da pensare che la pubblicità non sia un requisito assoluto, ma relativo. Infatti anche Rawls pretende che la pubblicità sia tale per parti in gioco “ragionevoli”. Quindi la teoria di Rawls non può essere applicata all’Italia?