Williams su Rawls e il “sistema pubblico di Regole”

In Una Teoria della Giustizia, Rawls fa riferimento a tale questione quando spiega l’idea che la struttura di base sia l’oggetto [subject] dei principi primi di giustizia. Rawls scrive che la struttura di base della società è un “sistema pubblico di regole”, nel quale, “chi fa parte di un’istituzione sa ciò che tali regole richiedono a lui e agli altri. Egli sa anche che gli altri sanno  ciò e che essi sanno che lui sa, e via dicendo” (Rawls TJ 2nd ed it. 71; Rawls 2nd ed eng 48). Rawls è consapevole che non è ragionevole pretendere che tale condizione sia sempre soddisfattta dalle istituzioni sociali ma allo stesso tempo ritiene che nello scegliere principi di giustizia occorre assumere che tale condizione sia soddisfatta.

Nonostante quello che afferma Williams (Williams 1998, 233), il punto della questione nel passaggio citato è che se una concezione della giustizia non può funzionare nel caso ideale in cui vi è conoscenza comune del loro contenuto e del fatto che siano seguite, essa non deve essere considerata una concezione valida, non che le regole devono essere tali che sia possibile che vi sia conoscenza comune di esse. A questo punto può risultare difficile spiegare il collegamento tra tali considerazioni e la tesi secondo cui l’oggetto della giustizia sia la struttura di base. Per spiegare tale collegamento, bisogna fare appello a una interpretazione più articolata del ruolo del passaggio in questione. Una possibilità è la seguente:

1. Le regole non sono regole giuste, se non hanno conseguenze accettabili quando vi è conoscenza comune delll’obbedienza (o mancata obbedienza) ad esse (vincolo di pubblicità)

2. Nello scegliere principi di giustizia, dobbiamo supporre che l’obbedienza alle regole sia di conoscenza comune (da 1)

3. Nello scegliere principi di giustizia, dobbiamo immaginare che esse si applichino a un contesto nel quale la conoscenza comune dell’obbedienza alle regole è possibile (da 2)

4. Nello scegliere principi di giustizia, dobbiamo immaginarli applicati a un modello tale per cui sia possibile fare predizioni ragionevolmente condivisibili sulle conseguenze della conoscenza comune dell’obbedienza generale a tali principi (da 1 e 3)

La conclusione raggiunta da tale argomento è assai più debole di quella di Williams. Williams sostiene che per Rawls i princii devono essere tali che sia possibile avere conoscenza comune della obbedienza ad essi. Invece l’argomento Rawlsiano implica solo che, nel valutare i principi, essi vengano immaginati applicati a un contesto tale per cui sia possibile predire (con un grado ragionevole di probabilità, necessario ai fini di un accordo)  le conseguenze della conoscenza comune della obbedienza ad esse. Questo contesto è la struttura di base della società, la quale include soltanto fatti per le quali non è difficile immaginare che essi siano oggetto di conoscenza comune.

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4 responses to “Williams su Rawls e il “sistema pubblico di Regole”

  1. nella teoria dei giochi si presuppone che ogni partecipante sia razionale e che “sappia” che lo sono anche gli altri. in questo modo può calcolare le reazioni alle sua azioni, e le sue reazioni alle reazioni alle sue azioni, e così via.

    di diverso, mi sembra, c’è che in un gioco non si pensa di raggiungere principi unievrsali, ma solo di precisare una linea di condotta, prudenzialmente, in base alla quale un individuo sceglie di comportarsi. io dentro un gioco non penso a come si deve strutturare il gioco in modo che sia fair, ma penso a come “vincere” o almeno a come giocarlo “bene”.

    ci ho preso?

  2. Intendere pubblicità come vincolo che aiuta istituzioni giuste ad essere più stabili, è indubbiamente una buona strategia.
    Vedo però due problemi:
    1- non salva Rawls da critiche di Cohen (ovvio, può non essere obiettivo, però visto che C distrugge R se non si trova modo di salvarlo, allora inutile parlare di temi interni ad un paradigma ormai sconfitto).
    2- non vedo per quale ragione struttura fondamentale dovrebbe essere contesto dove è più facile prevedere le conseguenze dell’obbedienza ai principi di giustizia. Basic structure include mercato, forse famiglia…
    Insomma giustificare limite di applicazione dei principi di giustizia a basic structire per ragioni meramente empiriche non mi sembra così facile, soprattutto alla luce delle critiche di Cohen.

  3. Ti rispondo su 2. Non è affatto una domanda facile, anzi va al cuore del problema. Questo è un primo abbozzo, un timido tentativo di fornire una risposta. E grazie per avermici fatto pensare.

    Tu giustamente mi fai osservare, se capisco bene, che non è facile prevedere cosa farà il mercato, e il mercato appartiene alla struttura di base. (Sulla famiglia non ti rispondo perché è controverso che faccia parte della struttura di base e il senso in cui ne fa parte).

    Secondo me bisogna distinguere aspetti strutturali e aspetti contingenti.
    Un aspetto strutturale del mercato è che esso dipende da svariate regole (le istituzioni che definiscono le forme legittime di proprietà e scambio), tali per cui è relativamente facile stabilire se la gente le rispetta o no (quando qualcuno non le rispetta si va dal giudice, etc…). Quindi, almeno quando le istituzioni da noi scelte sono giuste (innalzano il reddito dei worst off), non è troppo difficile stabilire se la gente si comporta giustamente, seguendo tali regole, in modo da realizzare la giustizia.
    Il problema, mi dirai, sta tutto in quella clausola. Il problema è che spesso non è chiaro che le istituzioni da noi scelte siano giuste (innalzano il reddito dei worst off). A che serve essere certi che le persone si attengono a istituzioni legittimamente imposte, se non possiamo essere certi che queste istituzioni promuovono i fini della giustizia?
    Anche qui distinguerei elementi strutturali e elementi contingenti. Sebbene la teoria economica e sociale a volte non permetta di fare previsioni con alcun grado di certezza sul fatto che un certo tipo di istituzioni favorisca oppure no il reddito dei worst off, quantomeno si tratta di faccende per le quali la speranza di ottenere dati affidabili e previsioni non campate per aria non è del tutto vana.

    Non sei d’accordo su questo punto? Ho due argomenti.

    Primo argomento. Fatti la seguente domanda:se le questioni politiche a cui ti appassioni nella vita reale fossero tali per cui non sarebbe possibile attraverso la scienza sociale e l’esperienza comune mostrare cosa è meglio o peggio i worst off, ti interesseresti a tali faccende? Se la tua risposta è “si” allora sei un post-moderno oppure uno schmidtiano. Se la tua risposta è “no”, allora devi ammettere che si tratta di questioni difficili sì, ma non impossibili da affrontare con metodi razionalmente affidabili.

    Secondo argomento: esempi storici. Pensa all’ultima crisi finanziaria. E’ difficile negare che essa abbia diminuito il reddito dei worst-off (licenziamenti etc.). Vi è un ampio accordo che essa sia dovuta a una insufficiente regolamentazione di alcuni aspetti della finanza globale contemporanea.
    In casi come questi abbiamo buone ragioni per credere che imporre qualche regoletta in più sia meglio che non imporla (il che non significa che non saremo disposti a rivedere le regole, di fronte a evidenza contraria). Se ci affidiamo ai migliori esperti, e se possiamo verificare che il processo di deliberazione che porta a stabilire tali regole sia appropriato (non è influenzato da interessi di parte, ha a cuore l’interesse dei più poveri, si basa sulla migliore evidenza scientifica, etc), abbiamo buone ragioni per credere che tali regole miglioreranno la condizione dei worst-off.

    Secodo esempio: le spirali inflazionistiche degli anni settanta/ottanta. Qualcuno ha qualche dubbio che danneggiavano i worst-off? Ne dubito. Qualcuno ha qualche dubbio sul fatto che misure capaci di impedire tali eventi vadano a vantaggio dei worst off, ceteribus paribus? Ne dubito.

    Mi risponderai che le condizioni non sono mai ceteribus paribus. Ad esempio nel caso dell’inflazione potrebbe essere difficile stabilire se una determinata misura per fermare l’inflazione non abbia un impatto anche peggiore sulle prospettive dei worst off. Ad esempio il PCI e il PSI nei primi anni ’80 non erano d’accordo sulla scala mobile, pur avendo entrambi a cuore la condizione dei worst off. Ma secondo me non è problematico concedere che arrivati ad un certo punto le cose diventino controverse e incerte. Già da solo il fatto che sia possibile portare avanti la discussione fino ad un certo punto sulla base di assunti pubblicamente condivisibili, escludendo svariate ipotesi (ad esempio quella secondo cui non sia importante occuparci dell’inflazione) aumenta proporzionalmente le chance che le soluzioni siano corrette. (Il paragone è con una discussione dove non sia possibile eliminare nessuna ipotesi dal novero di quelle plausibili, perché tutte le posizioni sono egualmente poco verificabili, quindi rimangono tutte in gioco).

    Altri esempi simili: debito pubblico, efficienza dell’amministrazione, etc…

    E’ anche importante che, una volta definite le regole, non sia troppo difficile stabilire se quelli intorno a noi le rispettano. Dal punto di vista della motivazione morale, il dubbio che i miei concittadini non siano disposti a seguire le regole stabilite dalla comunità, neanche quando è evidente che sono state promulgate legittimamente, sulla base di informazioni imparziali e affidabili, e che si basino su principi morali condivisi da tutti, ha un peggior impatto sulla mia motivazione morale della incertezza (dovuta alla natura della scienza economica) relativa agli effetti che seguirebbero se tutti obbedissero.

    Dico che è un dubbio peggiore perché assume un valore molto più generale. In generale, se non posso riscontrare una tendenza generale verso il rispetto delle regole stabilite dalla comunità, almeno da parte di una maggioranza che crede nella buona fede e l’intelligenza di chi le ha votate e promulgate, è inutile sperare che a volte le regole che ci diamo siano infatti quelle giuste, perché comunque anche se lo fossero non verrebbero comunque rispettate, e gli obiettivi della giustizia non potrebbero essere mai raggiunti.

    Viceversa, riscontrare che i miei concittadini sono in generale motivati a fare la loro parte attinendosi alle regole, almeno quando presumono che le regole siano state stabilite da deliberatori onesti, motivati da principi corretti, attraverso procedure eque, e sulla base di informazioni non palesemente carenti o distorte, mi fa sperare che prima o poi potremo vivere in un mondo giusto, anche se nel caso particolare dubito che le regole siano giuste, o magari ritengo che siano sbaliate.

    Mi rendo conto che il discorso è ancora molto fumoso e richiede una certa elaborazione. Uno dei problemi è la questione della stabilità e della pubblicità si basa per la sua natura su considerazioni di gradi e sfumature, non è così bianco o nero come appare nelle mani di Cohen.

  4. Una precisazione. Ho risposto alla tua domanda assumendo che avesse a che fare con il rapporto stabilità-pubblicità di cui parlavo nella risposta ad Alex, che ora ho spostato in un post differente. In rapporto invece al post su Williams, è necessario chiarire un equivoco.

    Rawls parla di conoscenza comune per la prima volta nella sezione 10, in relazione alla struttura di base, dove afferma che i principi devono essere tali che essi potrebbero essere stabili anche nelle circostanze nelle quali è possibile avere conoscenza comune del fatto che tutti seguono tali principi.

    Ci possiamo porre due domande.

    La prima è: perché la pubblicità, e ancor più la pubblicità nei termini della conoscenza comune, è importante ai fini della valutazione di un principio di giustizia?

    La seconda è: anche se fosse, cosa ha a che vedere questo con la struttura di base della società?

    E’ molto difficile rispondere alla prima domanda (ci ho provato invocando le considerazioni su pubblicità, stabilità e contratto della sezione §29 di TJ, in riferimento a onere del contratto e stabilità). Ma la seconda domanda è in qualche modo indipendente dalla prima. Immaginiamo che la risposta alla prima domanda sia che la pubblicità è un dogma Kantiano: la pubblicità è importante perché Kant ha deciso così. Questo ancora non risponde alla domanda: che c’azzecca (come direbbe Di Pietro) con la scelta della struttura di base come oggetto della giustizia?

    Questa domanda si riferisce alle considerazioni di Rawls in §10 di Teoria della Giustizia, nei passaggi che Williams cita e secondo me interpreta in modo scorretto. Io cerco di fornire una interpretazione alternativa di quello che vuole dire Rawls in quei passaggi sotto forma dell’argomento nel post. La conclusione di tale argomento è che “dobbiamo immaginare i principi come applicati a un modello tale per cui sia possibile fare predizioni ragionevolmente condivisibili sulle conseguenze della conoscenza comune dell’obbedienza generale a tali principi”. Poi aggiungo che questo modello è la struttura di base della società, la quale include soltanto fenomeni per i quali non è difficile immaginare che essi siano oggetto di conoscenza comune.

    Tu giustamente obietti che la struttura di base non sia il contesto dove è più facile prevedere le conseguenze dell’obbedienza ai principi di giustizia. Infatti essa include i mercati, e non è facile prevedere cosa accada nei mercati.

    Mi pare piuttosto che nei passaggi di §10 Rawls stia dicendo qualcosa di diverso, che non implicherebbe che i principi debbano essere tali, che sia possibile prevedere le conseguenze della loro obbedienza da parte di tutti.

    Quello che Rawls afferma, sembrerebbe, è solo che se le istituzioni soddisfano i principi di giustizia, allora deve essere possibile farsi un’idea (prevedere) cosa accadrebbe in termini di motivazione agli agenti che hanno conoscenza comune del fatto che tutte le persone rispettano le istituzioni in questione (oltre ad avere conoscenza comune dei principi a cui si fa appello per giustificare tali istituzioni). La struttura di base è tale, quindi, in quanto formata da regole (istituzioni) tali per cui non è mai troppo difficile stabilire che gli individui seguono le regole di cui essa consta (non in quanto non è mai troppo difficile stabilire che le istituzioni soddisfano i principi invocati per giustificarli). Si noti la differenza con la concezione che Williams attribuisce a Rawls, secondo cui i principi debbano essere tali che non sia mai troppo difficile stabilire se essi sono realizzati dalle istituzioni.

    In sostanza, bisogna distinguere due livelli diversi rispetto a cui si può vedere la giustizia realizzata

    1. Rapporto tra principi e istituzioni adottate (le istituzioni realizzano compiutamente i principi)
    2. Rapporto tra istituzioni (regole sociali) e comportamento individuale (il comportamento individuale è conforme alle istituzioni/regole adottate dalla comunità)

    In base al §10, Rawls non pretende che la relazione (1) sia pubblica nel senso che debba essere possibile stabilire con un grado ragionevole di certezza se le regole adottate soddisfano i principi, ma solo che sia pubblica nel senso che tutti sappiano quali principi vengono invocati per giustificare le istituzioni. Egli pretenderebbe inoltre che, nel caso in cui le istituzioni siano pubblicamente giustificate nel senso di (1), sia anche possibile verificare pubblicamente che tali istituzioni siano rispettate da tutti.

    Passando alla tua obiezione: è possibile sostenere che i mercati facciano parte della struttura di base nel senso (2), cioè che essi dipendano da regole tali per cui non è troppo difficile stabilire se gli individui seguono le regole di cui esso consta? Questo non mi pare troppo difficile da sostenere. I mercati rientrano nella struttura di base precisamente in quanto dipendono da istituzioni come quelle che governano lo scambio e il possesso dei beni, la tassazione etc. Si tratta quindi di regole per le quali non è troppo difficile stabilire pubblicamente se esse vengano rispettate: quando la gente non rispetta tali regole, normalmente viene portata in tribunale, etc….

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