Fatti, principi e anti-realismo.

La metaetica include due distinzioni importanti. La prima distinzione rilevante è tra cognitivismo e non cognitivismo:

cognitivismo: gli asserti morali sono capaci di essere veri o falsi [true-apt]

non-cognitivismo: gli asserti morali non sono capaci di essere veri o falsi (nonostante la loro sintassi, sono grammaticamente equivalenti ad espressioni di emozioni o comandi, per i quali la questione della verità o della falsità non si pone)

Se assumiamo la verità del cognitivismo possiamo introdurre un ulteriore distinzione. Questa distinzione non riguarda la natura del linguaggio morale, ma l’ontologia della morale. In altre parole, diamo per scontato che gli enunciati morali sono capaci di verità e falsità, e ci interroghiamo sulla natura di ciò che li rende veri o falsi.

realismo:  la verità di una proposizione morale non dipende dalla mente degli esseri umani (cioé non dipende da ciò che gli esseri umani credono, sperano, dubitano etc., dalle emozioni che provano, dal contenuto del loro volere, dalle disposizioni ad agire, etc.)

anti-realismo: la verità di una proposizione morale dipende dalla mente degli esseri umani

Il convenzionalismo, secondo cui la verità delle proposizioni morali dipende dalle convenzioni sociali adottate, il contrattualismo, secondo cui la verità delle proposizioni morali dipende da patti (o da patti ipotetici) tra gli uomini, e il costruttivismo, secondo cui la verità delle proposizioni morali dipende dalla procedura utilizzata per costruirli, il sentimentalismo Humeano, secondo cui la natura delle virtù dipende dai sentimenti che gli esseri umani tendono a provare, sono tutte forme anti-realismo.

Cohen afferma che la sua concezione del rapporto tra fatti e principi è neutrale rispetto alle questioni della metaetica. Questo è vero nel senso che  è certamente neutrale rispetto alla distinzione tra cognitivismo e non cognitivismo.

Ma se assumiamo la verità del cognitivismo, risulta difficile credere che essa sia neutrale rispetto alla questione dell’ontologia dei valori. La conclusione dell’argomento di Cohen è che

“every fact-sensitive principle reflects a fact-insensitive principle”

Cosa significa “fact-sensitive”? In Cohen, significa semplicemente “non supportato dai fatti”. Cosa significa fatto? In Cohen, significa semplicemente “any truth, other than (if any principles are truths) a principle, of the kind that someone might reasonably think supports a principle” (229)

La nozione di supporto non è ulteriormente definita. In quanto segue assumerò che “supportare” sia equivalente a “essere (da solo, o insieme ad altri elementi) alla base della validità di” e che “essere parte di ciò da cui la validità di a dipende” equivale a “supportare a“.

Il dibattito sul realismo e l’anti-realismo riguarda la verità degli asserti morali. Una sottospecie di asserti morali è costituita dagli asserti sulla validità di alti asserti morali. Ad esempio:

“il principio ‘è obbligatorio dare da mangiare agli affamati’ è un principio morale valido”

Il dibattito che fa uso di tali asserti, che possiamo chiamare “dibattito sull’origine della normatività” rappresenta infatti un aspetto rilevante (anche se teorico) del dibattito morale. Possiamo inoltre chiederci a proposito degli asserti di tale dibattito lo stesso tipo di domande ontologiche che ci poniamo a proposito di asserti più innocenti come “X è buono”. Ovvero: ciò che li rende veri è dipendente oppure indipendente dalla mente degli esseri umani? Una possibile risposta, come sappiamo, è la seguente:

  • anti realismo (es. contrattualismo, convenzionalismo, e costruttivismo): P. la verità degli asserti sulla validità degli asserti morali dipende dalla mente degli esseri umani

La precedente affermazione può essere riformulata con un passaggio innocente come segue:

  • P1 la verità degli asserti sulla validità degli asserti morali dipende da fatti sulla mente degli esseri umani

La seguente inferenza, mi pare, è legittima

  • se P1 “la verità degli asserti sulla validità degli asserti morali dipende da fatti sulla mente degli esseri umani”
  • allora P2 “la validità degli asserti morali dipende (cioè è parzialmente supportata) dai fatti sulla mente degli esseri umani”

L’inferenza è legittima in quanto

1a.” è vero che X sia valido” implica

2a. “X è valido”

quindi

1b. “è vero che X sia valido se si dà il caso che F (F=fatto sulla mente umana)”

implica

2b. “X è valido se si dà il caso che F”

Si ponga X = a, ove a sia un principio (es. a = “è giusto dar da mangiare agli affamati”)

Allora, da 2b segue:

3. “la validità di a (es. “è giusto dar da mangiare agli affamati”) dipende da F” (dove F è un fatto sulla mente umana)

Poiché, per ipotesi, “essere parte di ciò da cui la validità di a dipende” equivale a “supportare a“, abbiamo che

4 “il fatto F, che è un fatto sulla mente umana, supporta il principio a

Da 4, per generalizzazione di “fatto sulla mente umana”, segue

5. “a è supportato dai fatti” ( ovvero a è un principio fact-dependent)

Poiché l’anti-realismo riguarda la verità di tutte le proposizioni morali, il ragionamento fatto per a vale per qualsiasi valore di X, n, tale che n sia un principio valido.

Quindi

5. per ogni X, se X è un principio valido, allora X è supportato dai fatti

O in linguaggio naturale: tutti i principi sono supportati dai fatti.

Il ragionamento precedente mostra che se l’anti-realismo è vero, tutti i principi sono fact-dependent. Poiché l’argomento di Cohen mostra che esistono principi che non dipendono dai fatti, l’argomento di Cohen non è compatibile con l’anti-realismo.

N.B. Non si può concludere che l’argomento di Cohen implichi il realismo, in quanto l’argomento di Cohen esclude l’anti-realismo, ma non presuppone il cognitivismo. Quindi l’argomento di Cohen è compatibile con posizioni meta-etiche che evitano il cognitivismo, come l’emotivismo e il prescrittivismo.

2. se “è vero che X sia valido”

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6 responses to “Fatti, principi e anti-realismo.

  1. non capisco il passaggio da 4 a 5.

    a proposito dell’ambiguità di “supportare”, hai visto il paper di Guay? potrebbe interessarti

    http://bingweb.binghamton.edu/~rguay/cfp.pdf

    • Non ho visto il paper di Guay. In realtà questi sono i miei commenti a caldo basati unicamente sul testo di Cohen, non ho ancora letto niente (tranne l’articolo che mi hai mandato l’altro giorno). Ma grazie per la segnalazione!
      Il passaggio da 4 e 5 è quello meno controverso in assoluto (penso). Provo a esprimerlo meglio
      “se ‘a’ è supportato da fatti sulle menti umane, allora ‘a’ è supportato da fatti”

  2. Prima revisione:
    la definizione di “realismo” utilizzata deve essere modificata (e quella di anti-realismo pure, di conseguenza).
    Nel post:
    realismo: la verità di una proposizione morale non dipende dalla mente degli esseri umani (cioé non dipende da ciò che gli esseri umani credono, sperano, dubitano etc., dalle emozioni che provano, dal contenuto del loro volere, dalle disposizioni ad agire, etc.)

    Invece sarebbe meglio affermare:
    realismo: la verità di una proposizione morale non dipende dalla mente degli esseri umani (cioé non dipende da ciò che gli esseri umani credono, sperano, dubitano etc. RISPETTO AL CONTENUTO DI TALE PROPOSIZIONE O DI ALTRE DELLO STESSO TIPO, dalle emozioni che provano, dal contenuto del loro volere, dalle disposizioni ad agire, etc. RISPETTO AL CONTENUTO DI TALE PROPOSIZIONE O DI ALTRE DELLO STESSO TIPO)

    Il motivo di questa modifica è, mi pare, che se qualcuno pensasse che senza esseri umani dotati di coscienza non ci sarebbero verità morali, egli non è necessariamente un anti-realista. Un realista può sostenere che alcuni fatti sui contenuti della coscienza degli esseri umani devono darsi affinché si diano verità morali, ma che tali verità siano del tutto indipendenti da ciò che gli individui pensano (provano, vogliono, etc…) a proposito del contenuto di tali verità.

  3. Seconda revisione:
    la definizione di “realismo” è ambigua in quanto non si capisce se si riferisce a una tesi ontologica sui truth maker o alle condizioni di verità. E’ più appropriato definirla come una tesi sulle condizioni di verità. Ovvero (e mettendo insieme tale revisione con la precedente)

    realismo: le condizioni di verità di una proposizione morale non includono fatti sulle credenze, speranze, dubbi, emozioni, volontà, disposizioni e azioni di qualcuno a proposito del contenuto di tale proposizione o di altre proposizioni dello stesso tipo (ovvero di altre proposizioni morali).

  4. “Non si può concludere che l’argomento di Cohen implichi il realismo, in quanto l’argomento di Cohen esclude l’anti-realismo, ma non presuppone il cognitivismo. Quindi l’argomento di Cohen è compatibile con posizioni meta-etiche che evitano il cognitivismo, come l’emotivismo e il prescrittivismo.”

    Non capisco come passi dalla prima alla seconda frase nel citato.
    Se l’argomento di Cohen esclude l’anti-realismo ma rimane agnostico (per lo meno apparentemente) rispetto al realismo (immagino che qui tu usi cognitivismo per realismo, no?), non capisco cosa c’entri la frase successiva in cui dici che è compatibile con posizioni anti-cognitiviste. Non stai confondendo una tesi ontologica con una semantica?

    • Grazie per la possibilità di chiarire questo punto. Per prima cosa chiariamo che non esiste un unico modo universalmente adottato di tracciare le definizioni delle principali distinzioni metaetiche, e che non voglio sostenere che la mia definizione sia “quella” corretta. Detto questo, un chiarimento su come il sottoscritto intendeva utilizzare i termini.

      1. “(immagino che qui tu usi cognitivismo per realismo, no?)”
      Risp: no assolutamente no.
      La distinzione tra cognitivismo e non-cognitivismo ha a che fare con ciò che gli enunciati morali fanno, quella tra realismo e anti-realismo con la natura delle condizioni di verità degli enunciati morali – ammesso (cosa che il non-cognitivismo nega) che tali enunciati siano capaci di essere veri o falsi.
      Il cognitivismo, per come lo uso, non equivale quindi al realismo. Utilizzo “cognivitismo” per la tesi in base alla quale gli enunciati morali siano “truth – apt” – ovvero capaci di essere veri o falsi. Questo esclude posizioni come l’emotivismo o il prescrittivismo in base al quale lo scopo (“il business”) del linguaggio morale non è quello di enunciare verità (o stati di cose, o contenuti proposizionali), ma qualche altro scopo (esprimere emozioni o comandi) e quindi gli enunciati morali non sono capaci di essere veri o falsi.
      (Si noti la distinzione tra “emotivismo” come tesi sulla funzione degli enunciati morali e “sentimentalismo Humeano” come tesi (anti-realista) sulla natura delle condizioni di verità di tali enunciati: Hume non negava che gli enunciati sulla virtù potessero dirsi veri o falsi, quello che egli negava era che i loro valori di verità avessero a che fare con fatti indipendenti rispetto alle sensazioni di piacere e dolore dei soggetti morali.)
      Nota: Anche A. Miller distingue la questione alla base della distinzione “cognitivismo/anti-cognitivismo” dalla questione alla base della distinzione “realismo/anti-realismo”.
      Egli tuttavia utilizza una definizione diversa di “cognitivismo”. In base alla sua definizione essa è la tesi in base alla quale i giudizi morali esprimono credenze (cioè stati mentali congnitivi), in contrapposizione a stati mentali di altro tipo (conativi, volitivi). Mi sembra che la distinzione coincide in gran parte con quella da me adottata. Ma essa non coincide, rilevantemente, in rapporto a posizioni “neo-esprittiviste” come quella di Blackburn. Per Blackburn gli enunciati morali sono capaci di essere veri o falsi, anche se la loro funzione non è quella di descrivere il mondo [sia esso il mondo la fuori, o quello “costruito” dai soggetti morali], ma quella di esprimere stati morali conativi (desideri o disposizioni ad agire). Quindi in base alla mia distinzione Blackburn risulta un cognitivista non-realista, mentre in base a quella di Miller egli risulta un non-cognitivista. Diciamo che trovo la distinzione tra cognitivismo e non-cognitivismo di Miller più appropriata della mia, e quindi riformulerei la mia tesi adottando la sua distinzione.

      Inoltre Miller non utilizza le etichette “realismo/anti-realismo”, per indicare le due posizioni contrapposte sulla questione “do moral beliefs concern facts that are constitutively independent of human opinion?” Tale questione coincide quasi alla perfezione con quella che per me sta alla base della distinzione realismo/anti-realismo. La differenze fondamentali sono che io parlo di condizioni di verità, non di fatti, e che io aggiungerei, oltre a “human opinion”, “human sentiments” “human agreements”, e “human volitions”.
      2. Non stai confondendo una tesi ontologica con una semantica?
      No, per i motivi che spero risultino già chiari da quello che ho scritto in risposta al punto 1. Per quanto mi riguarda, il realismo (tesi ontologica) presuppone la tesi semantica del cognitivismo. Infatti la distinzione tra realismo e anti-realismo ha a che fare con le condizioni di verità degli enunciati morali [se vuoi, essa ha a che fare con la natura delle proprietà che trovano soddisfacimento quando si danno i fatti che tali enunciati enunciano – se esse siano o meno indipendenti dai giudizi, sentimenti, accordi dei soggetti morali a proposito delle proprietà in questione]. Qundi il realismo e l’anti realismo, in quanto tesi sulla natura di ciò da cui la verità degli enunciati morali dipende (ontologia), presuppongono il cognitivismo (l’idea in base alla quale tali enunciati possono essere veri o falsi). Se gli enunciati non potessero essere veri o falsi, in quanto dotati di una funzione diversa (questione semantica), la questione sulla natura di ciò da cui tale verità dipende (questione ontologica) non si porrebbe neppure.
      La questione ontologica in ballo nelle distinzioni tra “realismo” e “anti-realismo” riguardo alle condizioni di verità degli enunciati morali è analoga a quella che riguarda la verità degli enunciati sui colori. In tale dibattito i realisti sostengono che le verità [se vuoi, i fatti] sui colori si ottengono indipendentemente dalle proprietà mentali dei soggetti percepenti (ad esempio perché i colori sono proprietà oggettive di riflettenza delle superfici), e gli anti-realisti (a partire da Locke) sostengono che le verità di tali enunciati dipende da verità [fatti, se vuoi] sui soggetti percepenti.

      3 “Se l’argomento di Cohen esclude l’anti-realismo ma rimane agnostico (per lo meno apparentemente) rispetto al realismo (immagino che qui tu usi cognitivismo per realismo, no?), non capisco cosa c’entri la frase successiva in cui dici che è compatibile con posizioni anti-cognitiviste.”
      Il punto è che la posizione di Cohen non implica il cognitivismo, e a fortiori non implica realismo o anti-realismo. La tesi è che la posizione di Cohen non sia neutrale, in quanto se Cohen fosse cognitivista, egli dovrebbe essere realista.

      P.S. Rimane un lavoro enorme da fare per chiarire la natura di questo argomento attraverso distinzioni chiare e coerenti. Non penso di esserne capaci, anche perché sono da anni a digiuno da studi di meta-etica e non ho del tutto chiare – lo confesso – le distinzioni adottate dagli autori e le ragioni a base di tali distinzioni, che sono sempre diverse.
      Ad esempio P. Railton (in Facts Values and Norms) distinge 13 sensi diversi in cui qualcuno può essere (o è stato) accusato di essere realista, ovvero:
      1. Cognitivismo – i giudizi morali sono capaci di essere veri o falsi ? [coincide con la mia definizione di cognitivismo – non con la mia definizione di realismo]
      2. Teorie della verità: se i giudizi morali hanno valori di verità, in che senso?
      3. Oggettività: in che senso, se di un senso si tratta, l’esistenza di proprietà morali dipende da stati mentali attuali o possibili di esseri intelligenti?
      4. Riduzionismo: le proprietà morali sono riducibili, oppure supervengono in qualche senso più debole, su quelle naturali?
      5. Naturalismo: le proprietà morali sono proprietà naturali
      6. Empirismo: conosciamo i fatti morali allo stesso modo i ncui conosciamo i fatti delle scienze empiriche
      7. Bivalenza: il principio del mezzo escluso vale per gli enunciati morali?
      8. Determinatezza: date le procedure con cui valutiamo i giudizi morali, in che misura la morale è determinabile?
      9. Categoricità: tutti gli esseri umani hanno necessariamente ragioni di obbedire agli imperativi morali?
      10. Universalità: gli imperativi morali sono applicabili a tutti gli agenti ragionali?
      11. Valutazione delle morali esistenti: le credenze morali presenti sono appprossimativamente vere?
      12. Relativismo: la verità o la “warrant” (asseribilità?) degli enunciati morali dipende direttamente da norme socialmente o individualmente adottate?
      13 Pluralismo: c’è un’unica forma di vita buona o un unico codice morale corretto [right]?
      In base a tali distinzioni, il mio “realismo” (cioè il senso in cui Cohen non può non dirsi “realista”, se egli fosse cognitivista) ricade nell’ambito del punto 3 di Railton, cioè l’oggettività – la questione se l’esistenza delle proprietà morali dipende dagli stati mentali possibili o attuali degli esseri intelligenti. (O forse mette insieme [illegitimamente?] 3. con 2., sul senso dei valori di verità degli enunciati morali – ovvero il senso di tali valori di verità ha a che vedere con le menti, oppure no?]

      Spero che MB trovi il tempo di commentare questo post, dato che ha passato la gran parte del suo dottorato a studiare in modo approfondito tali questioni ed è sicuramente molto più capace del sottoscritto di vedere gli errori che compio : )

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